Andrea Zandomeneghi, Il giorno della nutria

Cose che so di me stessa in maniera definitiva e categorica: non potrò mai avere un rapporto asettico con i libri. Ci provai una volta per scrivere una recensione che mi fu chiesta (e poi mai uscita), e mi sentii talmente estranea a quello che provavo a proposito del libro e a quello che volevo effettivamente dire che mi ripromisi che non sarebbe più accaduto. Ecco perché ormai la parola “recensione”, quando parlo di un libro sull’internet, si è svuotata del suo senso primario, è solo di comodo. Questa non è una recensione (ne stanno già fioccando una via l’altra, sono ordinatamente reperibili sulla scheda on-line di tunué) , è finalmente il racconto di una lettura che aspettavo di fare da anni – da quando cioè ho letto il primo folgorante capitolo su degli A4 sgualciti e poi da me riempiti di sottolineature e glosse durante il corso di scrittura alla Cité – e che adesso vorrei tantissimo che faceste anche tutti voi.

zando
Reperti storici di un certo rilievo – io fossi in voi terrei d’occhio anche la compagna di banco dello Zando

A fine ottobre Il giorno della nutria è stato presentato a Pistoia a L’anno che verrà: è lì che ho visto per la prima volta l’iconica copertina del romanzo d’esordio di Andrea Zandomeneghi, e assaporato l’attesa attraverso la lettura di qualche passaggio, il pubblico incantato e l’editor (giustamente) gasato. Quando Goodbook.it mi ha chiesto, a dicembre, di raccontare la novità editoriale da me più attesa del 2019, non ho esitato, indicando la nutria, i perché e i per come. Bene, i mesi son passati, il romanzo è finalmente uscito, io me ne sono impossessata e l’ho letto in una manciata di ore, fregandomene di centellinarmelo, sottolineandolo forsennatamente, riempiendolo di cuori ma soprattutto godendo tantissimo.

Sì, perché non solo il capitolo 0 e il capitolo 1 hanno raggiunto la perfezione, ma perché anche il resto del romanzo è pazzesco, nuovo, glorioso. C’è tutto quello che mi fa impazzire: un protagonista immerso nel disagio (Davide Aloisi) la provincia (Capalbio!) l’alterazione dei sensi (alcol analgesici psicofarmaci e thc) la commistione tra alto e basso il citazionismo i dilemmi esistenziali la realtà che si confonde col sogno personaggi al limite del grottesco (la madre allettata Eufemia, il nipote Giulio, la badante Dorota con il figlio Esteban, l’amico Emanuele, Don Stefano e altri ancora) la malattia l’ironia l’alterità la colpa lo sprofondare nel baratro l’accumulazione e le parole, le parole della lingua italiana che si ergono splendide sulla pagina e ti fanno smuovere le budella e prendere il dizionario. La sintassi, l’elaborazione strutturale della storia, l’assenza di manicheismo, l’assenza totale di espedienti narrativi del cazzo, il superamento del terrore di fare qualcosa di diverso, le cose che sono dette, il modo in cui sono dette, la necessità che fossero dette. E quella nutria mezza congelata e scorticata che fa da perno alla giornata (interiore ed esteriore, mio binomio prefe della letteratura) che ci viene raccontata dal protagonista Davide.

Respiro affannato e irregolare. Sembrò far capolino tra un’ispirazione e l’altra la fame d’aria, pessima in sé ma soprattutto segno di attacco di panico in agguato. Mi immobilizzai, chiusi gli occhi, provai a mappare la situazione, a darle forma, a prendere atto. Grande stronzata strategica: tutto era istericamente metamorfico, turbine d’ideazione mercuriale, la mente […] s’era frammentata sotto il segno dell’incoerenza […].

L’esordio di Andrea Zandomeneghi è uno spartiacque, qui lo dico, mi siete testimoni. E io che credo nei destini incrociati e nelle cose buffe della vita, non potrò mai smettere di gioire ripensando a quella primavera del ’16 in cui per la prima volta ho conosciuto la nutria.

B.

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