Jen Beagin, Facciamo che ero morta

Ah, i libri-disagio. Ah, i libri-disagio ambientati negli Stati Uniti. Sono proprio una mia debolezza, lo so, che ci posso fare?

I libri-disagio ammerigani mi si conficcano nel petto come frecce avvelenate, credo che la sensazione sarebbe più o meno quella. Facciamo che ero morta, romanzo d’esordio di Jen Beagin (amo tantissimo che sia un po’ una Bea pure lei), mi è garbato abbestia sotto ogni punto di vista.

È la storia di Mona, una ragazza che viene da un’infanzia non esattamente felice (soprattutto per colpa del padre) che le ha generato una serie di disfunzioni varie, voi pensate a un disagio e probabilmente ce l’ha, ma ne ha anche alcuni che non vi aspettereste e che fanno male. Mi piacciono i libri che fanno male. Leggere le prime sessanta pagine non è stato facile per me, Mister Laido e il Buco mi hanno fatta incupire parecchio, e più che altro l’ho odiata, Mona. Poi da quando da Lowell, in Massachusetts, si è trasferita a Tacos, New Mexico, per provare a svoltarla a quelle duemila miglia di distanza che in America sono due passi, ho imparato a capirla di più e a volerle bene, dannazione, e quindi a patire per lei. Ma non è patetica Mona, nonostante ce la metta tutta per esserlo. È intelligente e ironica, tagliente sì, ma non respingente: ho adorato il suo sguardo sul mondo, i suoi trip mentali, la costellazione di personaggi così assurdi ma così veri che la circondano, le sue paure, le sue manie, i suoi talenti un po’ deviati.

Mona tira a campare pretending to be deadfacendo le pulizie. Ho amato tantissimo ogni descrizione di come pulisce gli spazi delle case dove lavora – mi sono ritrovata nel mio breve passato da donna delle pulizie nelle terre d’Irlanda durante il mio Erasmus, e ho apprezzato il topos dello scoprire il mondo attraverso i segreti altrui, quelli più sordidi e reconditi. Mi è piaciuta un sacco la struttura del romanzo, suddivisa in quattro parti in base ai personaggi che condizionano la vita di Mona in quel momento. Condizionamenti, dipendenze, autolesionismo, voglia di non-farcela, bisogno di farcela. Mi ha ricordato molto Carne viva di Merritt Tierce (edizioni Sur, 2015), un altro libro-disagio che indagava, invece del mondo delle pulizie, quello della ristorazione.

Chi l’avrebbe mai detto che potesse essere così gratificante – così esaltante – distruggere una cosa amata, rendendola inutilizzabile da chiunque altro?

Ci sono anche dei giochi di parole interessanti, non è una scrittura piatta e monocorde (non è nemmeno barocca eh, però io di base voglio anche un po’ godere quando leggo, e qui l’ho fatto), e la traduzione di Federica Aceto è come al solito impeccabile.

  • Jen Begin, Facciamo che ero morta
  • Titolo originale: Pretend I’m Dead
  • Stati Uniti
  • Traduzione dall’inglese di Federica Aceto
  • Einaudi, 2019 (gennaio)
  • Pp. 224
  • € 19

B.

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