Domitilla Pirro, Chilografia • Diario vorace di Palla

Quando leggo un libro bello mi sento estremamente fortunata. Arrivo all’ultima pagina un po’ confusa e incerta, e chiudo il volume con gli occhi vacui e la necessità di riportare al più presto su carta le sensazioni che mi ha lasciato. E poi, una volta che mi sono ripresa, succede che lo voglio dire a tutti, quanto è bello questo libro. Ecco, per Chilografia vorrei proprio fare dei manifesti pubblici da attaccare personalmente con la colla sui muri delle città, vorrei pilotare l’aereo che si tira dietro lo striscione con scritto “leggete il diario vorace di Palla!”, vorrei avere una libreria dove invitare Domitilla Pirro almeno una volta al mese per parlarne, vorrei poterlo votare per le Classifiche di Qualità dell’Indiscreto (oddio ma questo ho potuto farlo, che sciocchina!). E adesso vi dico perché:

  • Palma detta Palla detta Mina è la versione estrema di tutte noi. Nessuna esclusa, ma qualcuna più di altre. E avevamo bisogno che qualcuno ci raccontasse, anche se non abbiamo raggiunto i 147 kg.
  • Questa è una storia di disagio. E io nel disagio ci sguazzo. Disagio provincia e famiglie disfunzionali, what else?
  • Creare mondi che tengano e risultino sinceri e non posticci è la cosa più difficile in letteratura, ma anche quella che, se riesce, decreta insindacabilmente la riuscita di una storia. E il mondo di Palma è un microcosmo letterario potente.
  • Giocare con la lingua italiana è una delle cose che fanno gli scrittori che più adoro: qui c’è il dialetto laziale, che non risulta affatto disturbante perché utilizzato in maniera attenta e dosata, senza il quale non riesco a immaginare la narrazione: è un utilizzo significante.
  • Ritengo che ci sia un gran bisogno di questo tipo di letteratura: non edulcorata, non ripiegata in se stessa, non alla ricerca di vie facili per colpire il lettore, respingente in senso positivo: respingente rispetto a cose che ci si potrebbe rifiutare di affrontare, e che invece ti ritrovi davanti e boom, adesso ti ci scontri e muto (i disturbi alimentari, il sangue, la violenza, il disamore nei confronti di se stessi, il vuoto da colmare, il senso di inadeguatezza perpetuo che genera mostri).
  • Ho odiato e amato Palma. Non so se l’ho capita sempre. Non so se a volte non l’ho voluta capire. Le voglio un gran bene e ho provato dolore fisico in più di un passaggio. Tanta, tantissima inquietudine.
  • Una volta si diceva che è una lettura catartica, ora forse usa di più dire “ombelicale”, forse confondo le cose ma insomma: leggere questa storia vi smuoverà tutte le viscere.
  • Un racconto degli anni ’80, ’90 e inizi del 2000, così sincero, non fasullo insomma, è cosa di cui secondo me c’è profondo bisogno e per cui ringrazio, gioisco, esulto.

Poi c’è una parola che non è corpo e non è cosa. Che non si può contare. Che è e basta, e non è finito. È il sangue. Sangue non ha plurale.

Quindi, datemi retta, compratene e leggetene tutti. E poi, da bravi, scoprite anche il resto del catalogo di effequ, perché stanno facendo davvero i “libri che non c’erano”.

B.

 

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