Bollettino sulle voci inside my head #5

C’è molto traffico nella mia materia grigia, in codesti giorni. Sinapsi che fanno contatto, la scimmietta di Homer che batte freneticamente i piatti, i criceti che girano come forsennati. Il risultato ultimo di questo eccesso di voci inside my head è stato il TAT®, ovvero il Tutto A Troie.

Ringrazio pubblicamente la mia amica C., perché mai definizione migliore fu coniata per descrivere quegli assurdi momenti della propria misera esistenza in cui senza apparente motivo tutto se ne va a puttane. E quando parlo di momenti intendo proprio attimi, frazioni di tempo specifiche, addirittura secondi: ti svegli, è un giorno qualunque della vita che stai conducendo e che ti stai sforzando di far procedere con meno scossoni possibili, dialoghi con te stesso senza soluzione di continuità per garantire la giusta visione d’insieme alle scelte che compi, ti impegni nel prenderti cura di te al meglio possibile e cerchi di compiere azioni mature e adeguate, insomma c’è tutto un sistema strutturale di ampia portata che hai messo su e in cui vuoi credere tantissimo, ma è così fragile e precario, in realtà, che basta un niente (niente che di solito rimane ignoto, il che rende ancora più frustrante il tutto) per farti svegliare, dicevamo, e sentirti inerme, nudo in mezzo a una folla urlante che ti addita e deride, è come se aprendo gli occhi tu scoprissi per la prima volta il mondo con già la consapevolezza che è tutto una merda e basta, fine, la giornata è andata e non ti sei ancora infilato le ciabatte, tutto a troie.

Inizia così una produzione ingente di pensieri catastrofisti di vario genere, che possono partire da un semplice camion che si pianta sulla corsia di sorpasso in salita e portarti alla conclusione che morirai solo nel bilocale di una città in cui sei arrivato per caso e di cui non ti è mai fregato niente, passando ovviamente in rassegna tutti gli errori che hai commesso nel corso della tua vita e che continui a fare ma che sarebbe arrivato il momento di non fare più e allora piangi perché invece anche se ti sembrava di andare bene fai schifo e forse ti meriti di morire in quel bilocale.

Arrivare a fine giornata è un atto eroico, guardi l’ora e il tempo non passa e ti ritrovi a fare le cose più tristi che ci possano essere, non contribuendo affatto alla causa della tua sopravvivenza. Quando finalmente conquisti il letto probabilmente il tuo cervello si prenderà ancora gioco di te e passerà almeno un’ora prima che tu possa finalmente cadere in un sonno profondo e senza sogni, una morte apparente ma provvidenziale, perché il giorno dopo ti sveglierai e puff, tutto finito, ti verrà in mente una cosa da fare e la inseguirai seguendo la struttura in cui ti sei inserito e che è sempre lì, di gommapiuma ma lì.

Ecco, questo è quando va TAT. Ci sono dei piccoli accorgimenti che si possono prendere per evitare che ciò accada nuovamente a stretto giro:

  • evitare di ascoltare in loop gli Zen Circus
  • evitare di pensare ai disagi che reca febbraio: da bambina la presenza del carnevale e il dovermi mascherare e ommioddio se sono mascherata la gente mi vede e io voglio morire, e adesso l’assenza del carnevale di Viareggio nella mia vita (dopo otto anni di partecipazione molto sentita – sì, come tengo sempre a ribadire è molto difficile essere me), nonché il giorno del mio compleanno e tutta la malinconia che ciò si porta dietro
  • evitare di cercare le cose che desideri dove evidentemente non ci sono, dai su, dai!
  • pensare alle cose belle, tipo che è uscita la prima classifica di qualità dell’Indiscreto, yay!
  • serie di descrizioni sdolcinate e melense sulle cose belle che so di avere ma che, fortunati voi, mi tengo per me.

Al prossimo bollettino,

B.

 

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